 La Stampa, November 8, 2007
Larte contemporanea del continente nero nelle opere della collezione di Jean Pigozzi.
TORINO
Una Vespa sgangherata tutta ruggine, sellino poggiato alla rinfusa, ruota anteriore sgonfia, sorregge taniche di plastica per la benzina. Il titolo è Cargo: sembrerebbe lopera dun artista tuttora ammaliato dalle «macchine impossibili». Si tratta invece, assicura lideatore, Romuald Hazoumé, artista del Benin, 40 anni, di un vero mezzo di trasporto. È questa la prima opera che da lavvio allintrigante, suggestiva, coinvolgente rassegna dal titolo «Why Africa?» in corso alla Pinacoteca Agnelli a Torino fino al 3 febbraio.
Sono 16 gli artisti selezionati, provenienti dallAfrica subsahariana, tutti parte della collezione di Jean Pigozzi, imprenditore dorigine italiana, che da ventanni raccoglie e accumula opere di talenti africani contemporanei con passione e intuito. André Magnin, direttore della raccolta, vero Sherlock Holmes di questarte a lungo trascurata, ha schierato in campo un centinaio di opere, dipinti, foto, sculture. Sono spie significative e indicative di questo universo che è intreccio di tradizioni, riti, miti, magie, realtà antiche e moderne.
Unarte tendenzialmente figurativa, dal realismo al surrealismo, carica di humour, ricca di colori sgargianti, vernici, glitter, impaurita dal dilagante modello occidentale, disarmata e disarmante di fronte alla globalizzazione. Sicché sovente, dietro i colori fosforescenti e brillanti, dietro le danze frenetiche o lapparente gioia di vivere, affiora imperiosa la malinconia dun mondo che lotta per sopravvivere e conservarsi. È certo che ogni opera svela unindiscutibile manualità, lartigianato capace di catturare e utilizzare ogni utensile, ogni oggetto trovato e farne altro, per necessità o per arte. Ecco, allora, un esemplare incrocio di antico e nuovo: la sudafricana ultrasettantenne Esther Mahlangu, una delle due donne presenti, solo con piume di pollo, come è in uso al suo paese Mobhoko, ha decorato una nuova 500 Fiat con deliziosi disegni geometrici e simboli dai colori, rosa, viola, gialli, blu e verdi.
Lallestimento della rassegna, curato da Ettore Sottsass e Marco Palmieri, prevede una sala per artista, fra i quali compaiono i più noti quale il congolese Chèri Samba, presente alla Biennale di Venezia del 2007, nonché al Guggenheim di Bilbao, o il fotografo Malick Sidibè, del Mali, premiato con il Leone doro sempre allattuale Biennale veneziana, lo scomparso George Lilanga, della Tanzania, pure lui a Bilbao, come laltro splendido fotografo, scomparso, del Mali Seydou Keita. Poi Frédéric Bruly Bouabré, della Costa dAvorio, capace di narrare in minuscoli disegni un intero mondo o il congolese Bodys Isek Kingelez, costruttore duna minuscola città fantasma, priva di prigioni o luoghi di tortura. Insieme offrono visioni così diverse, struggenti o accattivanti da rendere la visita alla Pinacoteca un tappa obbligata da meditare opera dopo opera.
Le forme coloratissime, abitate da spiriti buoni o maligni detti Shetali di Lilanga rappresentano in enormi dipinti o prodigiose sculture le feste, i conflitti sociali o le catastrofi naturali come indicano i titoli molto singolari. Affiora Magritte nellautoritratto Jaime la couleur 2003) di Chéri Samba, non a caso eletto a simbolo della rassegna, dove si raffigura con la testa e il busto ripartiti in nastri che aleggiano nel cielo, mentre in bocca trattiene un pennello di conchiglie e pesci, lasciando cadere corpose gocce gialle, blu, rosse, verdi. Che mondo è mai quello proposto da Ch&e
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